mercoledì 15 luglio 2015

La crisi della pallanuoto: parlano Di Gennaro, De Crescenzo, Borelli, Tosi



L'OPINIONE DI DARIO DI GENNARO
Gianni Lonzi parla dell'appendice A7 del regolamento Fina che dice: il giocatore che persiste nell'atteggiamento anti gioco e nella simulazione va espulso definitivamente con sostituzione.
E aggiunge che in due edizioni di Olimpiadi non l'ha mai vista applicare...
Bene. Mi fido della memoria di Gianni Lonzi però mi preme sottolineare che nel recente Europeo2014 di Budapest i signori Bianchi (Italia) e Alexandrescu (ROM) l'hanno applicata!
E aggiungo che, nella fattispecie, fu Mario Bianchi ad applicarla nella partita tra Serbia-Ungheria del girone vinta poi dai magiari. Se una regola esiste, va applicata in qualunque gara di qualsiasi manifestazione (anche in un'amichevole!). Quella fu l'unica partita di Budapest2014 - e anche ultima! - nella quale le disposizioni fornite agli arbitri pre-manifestazione furono rispettate e interpretate secondo regolamento.
Alla potente federazione ungherese la scelta del fischietto italiano non piacque e l'indomani furono abiurate le disposizioni fornite agli arbitri...
Le regole ci sono ma forse non piacciono a tutti... e farle rispettare può diventare uno spiacevole boomerang per l'arbitro preparato.
Dario Di Gennaro
 
Prosegue l'inchiesta de "Il Secolo XIX" sulla crisi della pallanuoto. Dopo aver ascoltato Eraldo Pizzo e Gianni Lonzi, Claudio Mangini ha intervistato Paolo De Crescenzo, Piero Borelli e Sergio Tosi.
 
DA "IL SECOLO XIX" (articolo di Claudio Mangini)

Era il terzo sport di squadra dietro calcio e basket, ora è scivolato sul quinto gradino. “Colpa”, si fa per dire, dei miracoli di Velasco nel volley e del boom mediaticon del rugby.
Una bella malata, anzi addormentata, la paklanuoto italiana, ultravincente ma da sempre alle prese con discussioni su date e orari dei campionati e regole in continuo cambiamento. Rilanciarla? E’ indispensabile.
Eraldo Pizzo e Gianni Lonzi, due senatori, campioni olimpici Roma 1960, concordano su una cosa: la rivoluzione deve partire da un cambiamento del gioco, oggi troppo fisico e muscolare.
Paolo De Crescenzo, napoletano, ha vinto tutto quello che c’era da vincere da giocatore e da allenatore, anche un argento mondiale da ct. Adesso allena l’Acquachiara, la quarta forza del campionato. E’ certo, il problema è venderla meglio la pallanuoto.  “Faccio un esempio: nelle due finali di Euro Cup con il Posillipo, alla Scandone c’erano 5000 spettatori, si pagavo il biglietto ed è stato uno spettacolo ed un evento. La settimana dopo, nei playoff, che valevano anche come rivincita, le gradinate erano semideserte. L’ingresso era gratuito ma non ci saranno state più di 300 persone. In un caso la sfida era stata preparata con sollecitazione dai media, nell’altro no”.
E lo spettacolo in acqua? “Quello c’è tanto più c’è l’equilibrio di valori. Le due finali europee tra Posillipo e Acquachiara sono state risolte da un gol, in Champions ho visto una della partite più belle di tutti i tempi tra Recco e Barceloneta, in World League fra Brasile e Usa.  Ma poi, e parlo per il campionato, l'evento va creato. Ci vuole un lavoro di marketing, di rapporti con la stampa, di pubblicizzazione dell'evento. Se c' è incertezza e la piscina è piena, io mi diverto e la gente si diverte. Il Recco è più forte? Vero, sarebbe meglio ci fosse più equilibrio. Ma, se sei bravo, vendi anche i derby, le sfide salvezza. La Nazionale è un altro pianeta. Se ci fosse una Lega - e ci fossero i soldi per le iniziative - si potrebbero creare sinergie. Insomma, bisogna ridare dignità al campionato».
E il gioco troppo fisico? «La prima cosa che mi viene in mente è punire i falli semplici: un fallo grave, cioè un'espulsione temporanea, ogni cinque semplici. Favorirebbe la fluidità del gioco. Che comunque è certamente più comprensibile del rugby o, che so?, del baseball».
«E poi - e qui De Crescenzo butta un'idea pesante - premierei i risultati dei campionati Under. Tanto. Un titolo Under 20? Centomila euro. Premi alle prime tre. Da reinvesitire nel vivaio e, magari, per un acquisto importante. Ovvero chi fa bene con i giovani colma il gap. Certo, siamo sempre lì: servono i soldi... Ma inventiamo, lavoriamo, facciamo funzionare la fantasia».
Piero Borelli è il general manager del Brescia, l'antagonista numero uno della Pro Recco nelle ultime stagioni: «Parto dalla tv. Mi dicono che certe partite di campionato hanno avuto ventimila telespettatori. Ma come fai ad andare da uno sponsor con certi dati? Ci vogliono piscine arredate in un certo modo, in Coppa ci sono allestimenti obbligati, bisogna dedicare una parte del budget alla comunicazione, magari tornare ad acquistare spazi pubblicitari sui media. E poi, va detto, la federazione non ci ha mai impedito di vendere pubblicità o di trovare uno sponsor per il campionato. Ma gli sponsor vanno cercati e invogliati, non fatti scappare. E l'organismo deputato, ovvio, dovrebbe essere una Lega dei club».
«Ci vogliono impianti, ricettivi, un format adeguato e spettacoli collaterali all'evento come stiamo cercando di fare noi», lo dice Sergio Tosi, presidente di Sport Management, in un anno dall' A2 al terzo posto. «Il rugby non vince niente, eppure ha molto più impatto d' immagine. Io sono spesso critico verso questa federazione, sono preoccupato per la crisi economica di molte società, ma sono convinto che ci sia un passo indispensabile per il salto di qualità: una Lega che sia interlocutore e non antagonista della Fin. Bisogna dare spazio ai quarantenni, a chi ha spirito d' iniziativa. Il nome c'è, Pino Porzio: ha capacità, è l'uomo giusto».
Claudio Mangini
 
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L'INTERVISTA A PIZZO E LONZI
INDOVINELLO: qual è quello sport che fa incetta di medaglie lo sport di squadra italiano più medagliato in campo internazionale ma calamita l'attenzione di milioni di persone solo in occasione di Olimpiadi e Mondiali? Serve un aiutino? E' uno sport la cui Nazionale tira e fa il tutto esaurito in ogni manifestazione casalinga, mentre il campionato stenta. E' quello che in tv spesso diventa incomprensibile perché un'enorme vetrata spara riflessi sull'acqua che rendono impossibile distinguere i colori delle calottine.Sì, è la pallanuoto. Enormi potenzialità di spettacolo ma grande fatica a far breccia tra i neofiti: troppi falli, troppe interruzioni, troppa schiuma. Ultimo dettaglio: a 20 chilometri da Genova c'è un'eccellenza sportiva: la Pro Recco è la squadra di club più forte d'Europa e dunque del mondo. Ma nella regular season del campionato e nel girone di Coppa vende le partite a costo zero: ingresso gratuito. E anche questo, in termini di valutazione del prodotto, qualcosa vuol dire. Salvare la pallanuoto, si può? Eraldo Pizzo,il più grande di sempre, va dritto al nocciolo: «Sento dire che il problema sono le piscine, gli allestimenti, insomma i teatri. E poi l' organizzazione. Vero, ma sempre più spesso mi domando se il problema non sia un altro: che, semplicemente, lo spettacolo non piace più. Quando guardo una gradinata e vedo che non ci sono più tanti ex giocatori come una volta mi dico: se non piace a loro...».
Lei si è fatto un' idea? «Certo. Che questa pallanuoto così fisica non paga in termini di spettacolo. Vedi la lotta tra centroboa e marcatore e non capisci chi fa fallo e chi lo subisce. Vedi giocare in campo da 25 e ti rendi conto che favorisce chi ha meno nuoto.
Vedi l' alzo e tiro: da 7 metri aveva un senso, premiava chi sapeva tirare; da 5 è un rigore con un braccio davanti. E poi un anno il campionato è a 16 squadre, un anno a 12, un anno a 14. E le regole cambiano in continuazione». Lei non le cambierebbe? «Una volta per tutte: per rendere la pallanuoto meno fisica e meno interpretativa, se no ogni arbitro valuta lo stesso fallo diversamente e lo stesso arbitro una volta decide in un modo, l' altra nel modo opposto».
Qualità del gioco: per Pizzo, la madre di tutti i problemi. Gianni Lonzi, fiorentino, era suo compagno di squadra nell'Italia d' oro a Roma 1960. E' stato ct azzurro, è il presidente della commissione tecnica della Fina, la federazione mondiale. Insomma, è l'uomo che può proporre riforme e rivoluzioni e che vigila sugli arbitraggi: «I giocatori sono diventati gladiatori, hanno più muscoli, tirano meglio, ma sta a noi che la pallanuoto non sia solo lotta. Quando è nata nel 1920 era football in the water, è lì che dobbiamo tornare».
Lonzi approfondisce: «Recentemente ci siamo confrontati con esperti internazionali di pallamano, hockey e basket.
Su una cosa sono tutti d' accordo, ci sono troppi fischi, ne abbiamo contato 250, 300 a partita, necessari sono 80.
Questo crea confusione e incomprensione: ci sono fischi di sottolineatura, di richiamo. La pallanuoto dev'essere una, non "my opinion" dell'arbitro ma applicazione univoca della regola».
Ancora: «Bisogna proteggere la costruzione del gioco, dell' attacco. Abbiamo scelto di frenare la marcatura a due mani e il pressing asfissiante che toglie spettacolo ma le regole non vengono applicate come dovuto».
L' espulsione definitiva senza sostituzione, lo dicono sia lui che Pizzo, è inapplicabile: in pratica deciderebbe il risultato.
Ma Lonzi sottolinea: «C' è un articolo, l'appendice A numero 7 del regolamento Fina: dice che chi persiste nell' atteggiamento anti-gioco e nella simulazione va espulso definitivamente con sostituzione. In due Olimpiadi non l'ho mai vista applicare. Ed è vero che spesso ci sono troppe espulsioni temporanee, ma la definitiva con sostituzione sarebbe un bel deterrente».
Concludendo: «Non credo che vada cambiato il regolamento, basta applicare rigorosamente le regole a disposizione».
Claudio Mangini

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